La Vita

Oreste Salomone, nacque a Capua il 20 settembre 1879 dai coniugi Michele, già Ufficiale della Riserva e da Giuseppa Valletta nella casa posta in via Francesco Granata. Quinto di otto figli (quattro femmine e altrettanti maschi) frequenta le scuole tecniche di Caserta per poi passare a Napoli all’Istituto di Belle Arti, ove consegue il diploma.

Nel 1897 decide di arruolarsi volontario nel Regio Esercito e viene assegnato al 76° Reggimento fanteria Brigata “Napoli”, dove viene promosso nei gradi di Caporale, Caporal Maggiore e Sergente con l’incarico di contabile. Il 31 ottobre 1902 transitò alla Scuola Militare di Modena, in qualità di Allievo Ufficiale, uscendone due anni dopo con il grado di Sottotenente del Corpo Contabile Militare.

Viene quindi destinato al 7° reggimento fanteria Brigata “Cuneo”, ove rimane effettivo fino al 24 gennaio 1907, data in cui fu trasferito, per un brevissimo periodo, al Magazzino Casermaggio in Gaeta; il 4 febbraio 1907 venne nuovamente trasferito presso il Panificio Militare di Caserta.

Con la promozione al grado di Tenente (con anzianità 8 settembre 1907) venne assegnato quale Ufficiale di Amministrazione al Magazzino Casermaggio di Gaeta in data 5 marzo 1911.

MAGGIORE ORESTE SALOMONE IN TENUTA DI VOLE
MAGGIORE ORESTE SALOMONE
MEDAGLIERE DEL MAGGIORE ORESTE SALOMONE

Ufficiale di Amministrazione e Pilota

Il 20 settembre 1911 fu trasferito al 24° Reggimento Artiglieria e quindi destinato all’infermeria cavalli della 1^ Divisione del Corpo di spedizione in Tripolitania. Il successivo 25 ottobre raggiunse, via nave, la Tripolitania e la Cirenaica imbarcandosi a Napoli.  La dichiarazione di guerra alla Turchia era imminente. Assegnato ad un Ospedale da campo, quale Tenente Contabile, strinse amicizia con i colleghi del Battaglione Aviatori per via del suo grande interesse per gli aerei. Rimembrava, forse, quando nel cielo della sua Capua vedeva volteggiare gli aerei sperimentati da Gianni Agusta, pioniere del volo dimostrativo.

Il Tenente Salomone, affascinato sempre di più dal mondo aeronautico fu notato dal Capitano pilota Carlo Maria Piazza, Comandante del primo nucleo di aviatori di Tripoli, che volle il giovane subalterno, quale Ufficiale Contabile ad amministrare la flotta composta da sette aerei. Oreste, fortemente motivato al volo, presentò domanda per entrare in servizio come “Osservatore” frequentando un corso per piloti.

Rimpatriato nell’agosto 1912 dalla Libia, venne ammesso al campo di volo di Aviano, dove, nel successivo mese di novembre, ottenne il brevetto di volo senza difficoltà alcuna. Quindi, nuovamente inviato in Libia ed assegnato al Gruppo Squadriglia aviatori di Tobruk. Nonostante un’esperienza aviatoria modesta (costituita dalle poche ore di volo necessarie all’acquisizione del brevetto) pilotò ben venticinque volte il suo Nieuport da 50HP in territorio nemico – anche in condizioni meteo avverse – mitragliando e lanciando bombe sui ribelli. Per queste reiterate ardite azioni offensive (in una di queste incursioni ebbe il velivolo danneggiato dalla fucileria libica) meritò la Medaglia d’Argento al Valore Militare.

Il record italiano di altitudine

Il 26 agosto 1913, rimpatriato definitivamente dalla Libia, riprese servizio presso la Direzione di Commissariato Militare del Corpo d’Armata di Napoli. Successivamente venne comandato presso il Battaglione Aviatori di Centocelle, dove completò e perfezionò la sua formazione di aviatore, tanto da battere il primato italiano di altezza, detenuto dal forlivese Domenico Bolognesi, Capitano del 1° Regimento Bersaglieri pluridecorato al valore militare (una MAVM e tre MBVM tutte per fatti volativi). L’aviatore capuano nella mattinata del 22 aprile 1914, a bordo di un monoplano Bleriot (SIT) spinto da un motore tipo Gnome di 80 Hp, si inerpicava, sui Castelli Romani raggiungendo i Monti Sabini ad una quota di 4.700 metri di altezza. Era il nuovo record di altitudine consegnato alla storia dal capuano Oreste Salomone.

Prima Guerra Mondiale e l’impresa di Lubiana

All’indomani dell’uccisione dell’erede al trono d’Austria e di sua moglie, l’Impero Austro-Ungarico ritenendo responsabile del fatto il Regno di Serbia gli dichiara guerra; il sistema delle alleanze trascina progressivamente nel conflitto un gran numero di Stati. L’Italia, in un primo tempo neutrale, scese in guerra il 24 maggio 1915.

Il Capitano Oreste Salomone, allo scoppio del conflitto mondiale, prestava servizio come pilota presso l’aeroporto di Campoformido, dove conseguì l’abilitazione al pilotaggio del Nieuport XI, SAE di fabbricazione francese, uno dei migliori velivoli da caccia del tempo.

La specialità della caccia aerea non rientrava nelle sue attitudini aviatorie ma dopo la frequenza di un corso di abilitazione su aerei da bombardamento poté essere impiegato nel pilotaggio del trimotore Caproni 300 (velivolo dalle dimensioni enormi per l’epoca, con un’apertura alare di oltre 22 metri).

Nel grado di Capitano transitò nei ruoli del Corpo Aeronautico Militare e venne assegnato alla 1^ Squadriglia Aeroplani Caproni da bombardamento alle dirette dipendenze del Comando Supremo, presso il campo di aviazione di Pordenone.

A seguito di ripetuti bombardamenti da parte degli Austro-Ungarici su obiettivi civili delle città di Ancona, Ravenna, Rimini e Milano (pur essendo posta a molti km dal fronte) il Comando Supremo italiano decise di dare un’immediata risposta al nemico ordinando alla 1^ Squadriglia Aeroplani Caproni un’azione di bombardamento su Lubiana, sede del Quartier Generale Austriaco e dimora dell’Arciduca Carlo I, erede della Monarchia Asburgica.

Tra le 07.30 e le 07.45, del 18 febbraio 1916, dal campo di Aviano e La Comina si levarono in volo una formazione di dieci CA300, intervallati l’uno dagli altri, alcuni con equipaggio di due piloti ed altri, con la presenza a bordo di un osservatore mitragliere. Ogni equipaggio aveva assegnato un compito ben preciso nonché gli obiettivi da colpire. Il personale impiegato in tale operazione dimostrò audacia, sprezzo del pericolo e alta specializzazione. Solo pochi minuti di volo per tre velivoli che dovettero rientrare alla base di partenza per problemi ai motori; degli altri, solo cinque arrivarono sull’obiettivo, facendo cadere le bombe in dotazione ad ogni singolo aereo sulla stazione ferroviaria sulla città di Lubiana, peraltro parzialmente avvolta dalla nebbia.

Gli aerei italiani trovarono un’accorta e decisa reazione della contraerea e gli effetti della fucileria nemica vennero verificati una volta atterrati ai campi di partenza: il velivolo del Capitano Ercole Ercole e del sottoposto Tenente Gino Laureati della 1^ Squadriglia Caproni ebbe il motore centrale fuori uso centrato da un colpo nemico, terminando così la missione con soli due motori. Entrambi vennero decorati di Medaglia d’Argento al Valor Militare. Nell’operazione perse la vita il Capitano Visconti il quale venne decorato di Medaglia al Valore militare alla memoria. Il velivolo avente come equipaggio il Capitano Luigi Bailo, il Capitano pilota Oreste Salomone ed il Tenente Colonnello Alfredo Barbieri, quale osservatore e mitragliere, fu intercettato dai Fokker nemici sulla Selva di Tarnova ad una quota di 2500 metri.

Il leggendario combattimento aereo sostenuto dall’apparecchio Caproni 300 Hp n.478, denominato “Aquila Romana” (così era battezzato il velivolo), e l’impresa di Oreste Salomone furono così narrati nell’Ordine Permanente del giorno 3 marzo 1916:

REGIO ESERCITO ITALIANO

COMANDO SUPREMO

REPARTO OPERAZIONI – UFFICIO SERVIZI AERONAUTICI

ORDINE PERMANENTE DEL GIORNO 3 MARZO 1916

A tutti i reparti e servizi mobilitati del Corpo Aeronautico (specialità aviatori).

Il mattino del 18 febbraio 1916, l’apparecchio Caproni 300 HP, n. 478 Aquila Romana, pilotato dal Capitano d’artiglieria Bailo  cav. Luigi e dal Capitano d’amministrazione Salomone cav. Oreste, con osservatore volontario il Tenente Colonnello d’artiglieria Barbieri cav. Alfredo, comandante del Battaglione squadriglie aviatori, tutti effettivi al Corpo aeronautico, partiva in volo dal suo campo con altri apparecchi da offesa, coll’ordine di eseguire azione di bombardamento sulla città di Lubiana. All’altezza della Selva di Tarnova, l’aeroplano predetto veniva attaccato da due apparecchi nemici con vivo fuoco di mitragliatrice. In breve, ferito alla testa il pilota capitano Salomone, cadevano gloriosamente, colpiti a morte, il tenente colonnello Barbieri mentre si accingeva a scaricare contro l’avversario la propria mitragliatrice, e l’altro pilota, capitano Bailo, dopo che, dalla parte posteriore della carlinga, aveva sparato pochi colpi di fucile contro il nemico. Il capitano Salomone, solo superstite, che per ben  sei volte aveva udito il crepitio della mitragliatrice nemica e due volte aveva osservato un monoplano nemico (Fokker) passargli davanti, sempre in alto, ma tanto vicino da scorgere il gesticolare del pilota che imponeva la resa, compreso del sacro dovere che gli incombeva, e dopo essersi penosamente orientato, che il sangue fluente dalla ferita gli offuscava la vista, iniziava il triste viaggio di ritorno, coll’indomito ed eroico proposito di condurre in salvo, nelle linee amiche,  l’apparecchio e le salme gloriose dei Caduti. Uno dei motori, colpito, non funziona bene: per poter manovrare la pompa al fine di ridare la pressione, il capitano Salomone deve allontanare da sé il corpo del collega capitano Bailo, che, con sublime senso di amore fraterno, prima di morire aveva tentato di coprire col proprio corpo quello del pilota superstite, per salvarlo dai colpi del nemico: ma pur sublime è il sentimento dell’onore e del dovere del capitano Salomone, che, lungi dal soggiacere alle intimazioni nemiche, con mirabile sangue freddo ed energia, con rara perizia e valore altissimo, prosegue imperterrito il suo viaggio verso la Patria, alla quale, commosso, restituisce l’apparecchio affidatogli e le gloriose spoglie dei valorosi figli di Lei, dopo aver sorvolato sulle linee nemiche a bassa quota, e, ancora una volta, fatto segno a vivo ma fortunatamente vano fuoco d’artiglieria contraerea.

Il CA300 n. 478, ancorché crivellato dai colpi di mitragliatrice dei Fokker, proseguiva il triste volo verso le linee italiane. Salomone, aveva una missione altamente morale da compiere: riportare sul suolo Patrio pur mal ridotto il velivolo affidatogli e i corpi senza vita del Tenente Colonnello Barbieri e del Capitano Bailo. Intanto, in vista del confine italico gli aerei nemici desistettero nel rincorrere il Caproni “Aquila Romana” che prese terra sul campo di Gonars. Nel giro di poco tempo numerose personalità accorsero presso l’aeroporto, tra queste, anche Gabriele D’Annunzio il quale, doveva far parte dell’equipaggio del CA300. Un contrattempo impedì al poeta di arrivare in tempo a La Comina per potersi imbarcare sul velivolo che lo doveva portare in volo su Lubiana come osservatore-mitragliere ed il suo posto venne preso volontariamente dal Comandante del Battaglione Aviatori Tenente Colonnello Alfredo Barbieri. Il “Vate” ispezionò a lungo il Caproni attingendo notizie dal Capitano Salomone circa la dinamica dell’attacco nemico. Questi, nonostante fosse ancora sotto choc per l’accaduto e medicato con una vistosa fasciatura alla testa, relazionò minuziosamente il poeta-soldato e le superiori autorità presenti.

Nella notte tra il 18 e il 19 gennaio le salme dei due aviatori Barbieri e Bailo vennero trasferiti nella camera ardente di palazzo Cossetti di Pordenone per i solenni funerali che si tennero il giorno successivo. Agli intrepidi aviatori venne concessa la Medaglia d’Argento al Valor Militare “alla memoria”.

La storia lascia il posto alla leggenda, …IL DRAMMA

Salomone, con la morte del Capitano Luigi Bailo, divenne il successore al comando della 1^ Squadriglia Caproni; non poté immediatamente partecipare a nuove azioni offensive sul nemico, ancora non ristabilitosi del tutto dalla ferita al capo e da uno choc celebrale riportato, seguito da un esaurimento nervoso.

Il suo primo pensiero di comandante corre alla sua amata provincia di Caserta, denominando uno degli aerei Caproni 300, “Terra di Lavoro”, pilotandolo personalmente insieme ad un altro capuano “di adozione” ma romano di nascita, il Tenente Cola-Leone de Renzis di Montanaro, figlio di Francesco, Ambasciatore a Londra e Senatore del Regno d’Italia.

Alla fine di ottobre del 1916 Oreste Salomone venne trasferito al Comando dell’Aeronautica di Torino, dove rimase per tutta la convalescenza, fino a quando i medici lo giudicarono idoneo al servizio attivo.

Avuta questa certezza, scrisse al suo Comandante una nobile lettera per rientrare nuovamente ad un reparto da bombardamento.

  Ill.mo Signor Colonnello

Senza forma retorica, Le rivolgo viva preghiera di rendere pago, oggi il desiderio che ho tante volte espresso di ritornare in zona di operazione. Ella che raccolse le mie prime lacrime il 18 febbraio 1916, più di tutti può comprendere lo sdegno e l’offesa ch’io provo sapendo profanare dal nemico la terra dove riposano il sonno eterno di gloria i cari compagni che io resi morti alla Patria! Confido nei sentimenti di benevolenza che Ella mi ha sempre esternati per raggiungere presto il mio posto di combattimento e concorrere con tutte le mie forze per liberare le sacre tombe!                      

Intanto, un’altra ricompensa, forse inaspettata, andava ad aggiungersi sullo Stato di Servizio dell’eroe capuano; infatti, con Decreto del 17 gennaio 1918, firmato da Tommaso di Savoia Duca di Genova Luogotenente Generale di sua Maestà il Re, veniva promosso al grado di Maggiore per merito eccezionale.

Ai primi di gennaio 1918 Salomone ottenne il comando del XIV Gruppo Aeroplani. La flotta, costituita da Caproni, dapprima con sede sull’aeroporto di Ghedi e poi successivamente presso quello di Padova.

L’attività volativa giornaliera degli aeroplani italiani era un continuo susseguirsi di azioni di bombardamento sulle linee nemiche, con la contraerea nemica sempre vigile e i caccia nemici che pattugliavano i cieli del loro territorio. Il comando delle Operazioni Militari decise di evitare rischi maggiori ai nostri piloti introducendo per la prima volta nella strategia dell’offesa aerea anche i voli notturni di bombardamento. Il XIV Gruppo adottò questa tattica ed il Comandante Salomone, pur di dare l’esempio, era sempre alla testa dei suoi uomini partecipando, pur, con limitata esperienza in questo nuovo genere di volo. La sera del 2 febbraio, nella prima luce stellare, uno stormo di Caproni si alzò in volo per l’ennesima missione di guerra avente come obiettivi le postazioni militari nemiche presso Levico e Caldonazzo. Compiuta con successo l’azione di bombardamento i Caproni virarono verso le linee amiche. Alle ore 22.15 tutti gli aeroplani toccarono terra sul campo di aviazione di Padova. Tuttavia, mancava all’appello il trimotore con l’equipaggio costituito dal Maggiore pilota Salomone, dal Sergente Porta – secondo pilota, dal Sergente Piovesan – mitragliere di bordo e dal Tenente Osservatore d’Ayala Godoy. Dal basso e nel silenzio della notte i compagni della missione già atterrati sentivano ancora il trimotore circuitare sopra il campo avvolto dalla nebbia. Da lì a poco si sarebbe consumato un terribile dramma. I testimoni raccontano che di colpo i motori si arrestarono, si udì uno schianto, un urto, un rotolare pesante e delle urla. Era avvenuta una catastrofe. Nella fase finale di atterraggio, l’aereo cozzò sulla cima di un albero rovinando al suolo. Dai rottami del velivolo vennero estratti ancora vivi i componenti l’equipaggio, malconci e coperti di sangue. Miracolosamente nell’urto, il Sergente Piovesan venne sbalzato fuori dall’aereo rimanendo incolume, mentre i tre sfortunati compagni venivano soccorsi e trasportati in gravi condizioni in un vicino ospedale civile. Il Tenente d’Ayala Godoy morì qualche ora più tardi, il Sergente pilota Porta, gravemente ferito, guarirà dopo una lunga degenza. Infine, il Maggiore Salomone, il leggendario pilota di Lubiana, chiuse per sempre le ali nel nosocomio patavino alle ore 08.00 di domenica 3 febbraio 1918.

La morte del Maggiore Salomone – La notizia a Capua

Mentre il convulso ticchettio del telegrafo annunciava all’Italia tutta, la sua immatura scomparsa, la stampa nazionale riportava la ferale notizia nell’unanime ricordo della tragedia che aveva colpito il Battaglione Aviatori e nell’esaltazione della gloria della Medaglia d’Oro Oreste Salomone.

Anche a Capua arrivò la nefasta notizia. Il quotidiano Il Mattino del 6-7 febbraio 1918 così riportava nell’articolo:

“Domenica scorsa alle ore 11.00 giunse al Regio Commissario Cav. Nicola Guidone un telegramma del Direttore dell’Ospedale Civile di Padova così concepito:

Pregasi comunicare dovuta cautela famiglia Maggiore Salomone Cav. Oreste deceduto oggi in seguito a disgrazia aviatoria”.

La notizia fu presto comunicata all’Avvocato Giovanni Rotondo intimo della famiglia Salomone e da questi al Signor Leopoldo Salomone, fratello dell’Eroe caduto. La disgrazia che colpiva la famiglia Salomone fu tenuta nascosta, però, alla madre ed a una sorella, entrambe inferme, molto sofferenti e quindi giudicate nell’impossibilità di poter resistere al crudo colpo.

Tuttavia la notizia ben presto venne divulgata per la città e si manifestò un vero plebiscito di dolore e di compianto.

Ai solenni funerali di Salomone e del Tenente d’Ayalia Godoy, tenutisi nella città del Santo, centinaia di persone alle esequie seguivano i feretri coperti di fiori, numerosa la presenza delle autorità civili e di militari di ogni ordine e grado. L’estremo omaggio riuscì degno delle vittime generose. Non mancò la vibrante e accorata orazione funebre di Gabriele d’Annunzio che esaltò il compagno d’ala come solo lui poteva fare:

“L’aquila invitta di Oreste Salomone alla deriva nel cielo con un fiato di forza che le diedero gli Angeli del Cielo (…) riportò a casa l’ala e la soma (…)”

terminando, con:

“Con la sua vita restò mozzo la cima di un bel albero, accendetegli ogni anno un fuoco sul Vulture”.

La salma, al termine del rito religioso e con i dovuti onori militari venne accompagnata, per la sepoltura, nel locale cimitero comunale di Padova.

All’eroico Maggiore Oreste Salomone venne conferito un riconoscimento postumo insignendolo della Croce di Guerra al Valor Militare alla memoria (Regio Decreto del 24 ottobre 1924) con una sintetica ma significativa motivazione:

“Spontaneamente partecipò ad una azione di bombardamento a luce stellare, pur non essendo pratico di quel genere di volo. Rientrando al campo lasciava la vita in un incidente di atterraggio.

Padova 2 febbraio 1918.”

La traslazione della salma di Oreste Salomone da Padova a Capua

I familiari di Oreste, la Città di Capua, l’intera Provincia di Lavoro volevano “riavere” le spoglie mortali del degno figlio, dopo lungaggini burocratiche e, solo nell’anno 1925 fu possibile la traslazione della salma dalla città di Padova a quella natia.

Il feretro, giunse lunedì 12 gennaio 1925 alla Stazione Ferroviaria di Caserta ove rimase un giorno prima della traslazione nella città di Capua (a tal riguardo si cita lo scambio di missive tra il Prefetto della città capoluogo ed il Capo Stazione).

I resti mortali di Salomone giunsero nella giornata di sabato 17 gennaio. Oreste aveva finalmente fatto ritorno nella sua Capua. La bara venne posta nella camera ardente allestita nella sala d’aspetto della stazione e per tutta la giornata e la notte fu vegliata da soldati in armi e dalle sorelle e nipoti di Oreste. Di seguito alcuni frammenti desunti dalla lunga cronaca di Ernesto Serao corrispondente del giornale Il Mattino del giorno 20-21 gennaio 1925:   

Domenica 18, alle ore 14.15 incomincia a ordinarsi in modo perfetto il colossale corteo comprendente oltre tremila persone, i Gonfaloni della Provincia di Terra di Lavoro, dei comuni di Capua, Caserta, Santa Maria Capua Vetere, Aversa e Piedimonte etc. e un centinaio di bandiere e di gagliardetti, il feretro ravvolto nel tricolore, portatovi a braccia da dodici Sottufficiali rappresentanti tutte le armi ed i corpi Armati, venne deposto su di un affusto di cannone,  trainato da tre pariglie di cavalli addobbati a lutto, mentre la musica della banda del 15° reggimento fanteria intona l’inno del Piave, alternandosi con la banda musicale cittadina. Sulla sontuosa cassa di noce scolpita, sono deposti solo i serti floreali inviati dal Re, dall’Associazione delle Medaglie d’Oro e della famiglia dell’estinto. 

Al termine della lunga cerimonia funebre, il corteo nuovamente formatosi, accompagnò il feretro dalla Cattedrale, seguendo il tragitto all’inverso per tutto il Corso Appio fino alla porta Napoli per l’ultimo saluto del popolo capuano, mentre il carro funebre, scortato da soldati in armi, raggiunse il cimitero cittadino, ultima dimora del prode aviatore capuano. La bara venne tumulata nella cappella di famiglia accanto ai genitori e al fratello Leopoldo (di un anno più grande). Mentre nel Cappellone centrale fu collocata una targa marmorea che lo ricorda degnamente tutt’ora unitamente ad eccelsi uomini capuani.

La leggenda continua… nel ricordo di Salomone

Negli anni a seguire a tenere vivo il ricordo del prode aviatore fu l’ultimo dei fratelli Salomone, il Cav. Riccardo, accorto regista nel perpetuare nel tempo la memoria di Oreste con sagacia fino all’ostinatezza, indirizzando richieste di intitolazione di strade, piazze, etc. agli amministratori di alcuni comuni della Campania e anche fuori regione. Risposero favorevolmente con squisita sensibilità, le amministrazioni locali come Milano, Roma, Napoli, Palermo, Venezia, Padova, Vicenza, Sammichele di Bari, Caserta, Grazzanise, Cancello ed Arnone, intitolando strade e piazze. Inoltre, la Scuola Allievi Ufficiali di Lecce intitolò un’aula didattica destinata ai propri allevi, come pure l’Istituto Scolastico “Giovanni Vidari” di Vigevano dedicava un’aula al pilota capuano.

La città gli dedicò una strada, l’Aereo Club cittadino, l’aeroporto militare, oggi sede del Comando Divisione “Acqui”, la cui intitolazione è rimasta invariata nel tempo, e il monumento bronzeo frutto della sottoscrizione popolare e commissionato dalla locale Amministrazione allo scultore molfettese Filippo Cifariello che ancora oggi svetta, solenne, nella centralissima Piazza del Duomo, a pochi metri della casa natia. Nell’opera l’artista immortala Salomone, ispirandosi alla celeberrima tavola di Achille Beltrame, interpretando l’ardimentoso atto eroico di Lubiana con un’aquila reale con ali aperte, con un pilota di aerei che custodisce due corpi di caduti e una sovrastante figura femminile con in mano rami di ulivo e quercia.

Anche la città di Padova ha intitolato un’infrastruttura militare, attualmente sede del Comando delle Forze Operative Nord, all’eroe capuano.

Intanto, anche il Corpo di Amministrazione Militare del Regio Esercito, corpo di provenienza di Salomone ed ora denominato Corpo di Commissariato dell’Esercito Italiano, intese onorare a futura memoria l’illustre commilitone dedicandogli mediante l’elargizione di borse di studio e di sussidi agli Ufficiali del Corpo e loro familiari. La Fondazione “Maggiore amm. Oreste Salomone”, nata come Ente Morale con Regio Decreto n.1298 del 27 novembre 1929, ancora oggi, continua saldamente nelle proprie funzioni statutarie.

Gaetano Surdi*

Dal Libro “Oreste Salomone . . . oltre la leggenda Storia di un aviatore capuano”

*Classe 1955, è nato e vive a Capua; è stato un Soldato volontario dell’Esercito Italiano, Corpo di Commissariato ruolo Sussistenza dal 1974 al 2012.